Pubblicato il Maggio 20, 2024

Contrariamente a quanto si pensa, il mal di schiena cronico non dipende quasi mai da una generica “postura sbagliata”, ma da un ambiente di vita e lavoro progettato male. La vera soluzione non è sforzarsi di “stare dritti”, ma creare un sistema ergonomico integrato, in cui ogni elemento—dal pavimento alla lampadina—si adatta al nostro corpo. Questo articolo svela i micro-errori di design in casa e in ufficio, fornendo le strategie posturali per correggerli alla radice e trasformare lo spazio da fonte di dolore a strumento di benessere.

Un dolore sordo alla base della schiena dopo aver lavato i piatti. Una rigidità al collo che si fa sentire a metà pomeriggio davanti al computer. Sono esperienze così comuni che abbiamo imparato a considerarle quasi normali, un dazio da pagare alla vita moderna. Ci viene detto di “stare più dritti”, di “fare stretching”, consigli validi ma che agiscono sul sintomo, non sulla causa. Spesso, infatti, il problema non risiede nel nostro corpo, ma nei millimetri e nei centimetri che definiscono l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo per ore ogni giorno. La nostra casa e il nostro ufficio sono un ecosistema che interagisce costantemente con la nostra biomeccanica.

Le soluzioni tradizionali si concentrano sull’acquisto di una “sedia miracolosa” o di un cuscino lombare, trascurando il quadro generale. Si parla di postura come se fosse una posizione statica da mantenere volontariamente, ignorando che la postura corretta è la conseguenza naturale di un ambiente che non ci costringe a compensare. Ma se la vera chiave non fosse correggere il nostro corpo, ma correggere il design del nostro spazio? Se il vero problema fosse un “carico posturale statico” imposto da un piano di lavoro troppo basso o da un pavimento che non ammortizza i nostri passi?

In qualità di ergonomo e posturologo, il mio approccio è sistemico. Non guardo solo alla sedia, ma al rapporto tra sedia, scrivania, schermo e persino l’illuminazione della stanza. Analizzo la “catena cinetica”, il modo in cui una superficie inadeguata sotto i piedi può generare tensioni che risalgono fino alla cervicale. Questo articolo non è l’ennesima lista di consigli generici. È un’analisi biomeccanica dei nostri spazi quotidiani. Esploreremo insieme come pochi centimetri possano fare la differenza tra comfort e dolore cronico, come la scelta di una seduta possa rinforzare il nostro core e come la luce influenzi la nostra postura. L’obiettivo è darvi gli strumenti per leggere il vostro ambiente con occhi nuovi e trasformarlo in un alleato per la vostra salute, non in un nemico silenzioso.

In questa guida dettagliata, analizzeremo punto per punto gli elementi chiave del vostro ambiente domestico e lavorativo per identificare e correggere gli errori di progettazione che mettono a rischio la vostra salute posturale. Ecco cosa scopriremo insieme.

Perché il mal di schiena mentre lavi i piatti dipende dai 5 cm che mancano al tuo lavello?

Il classico mal di schiena che insorge dopo pochi minuti passati al lavello della cucina non è un segno di debolezza, ma una reazione biomeccanica prevedibile a un errore di progettazione. Il colpevole è quasi sempre un’altezza del piano di lavoro inadeguata, che costringe il corpo a un “carico posturale statico” dannoso. Quando il piano è troppo basso, siamo costretti a flettere leggermente la colonna lombare in avanti. Questo movimento, anche se minimo, disattiva il supporto naturale dei muscoli addominali e sposta l’intero peso del tronco sui muscoli erettori della colonna e sui dischi intervertebrali, che non sono progettati per sopportare un carico così prolungato.

Gli standard italiani, pur essendo un buon punto di partenza, spesso non bastano. Per una persona di statura media (170 cm), si consiglia un piano di lavoro la cui altezza sia tra 85 e 90 cm secondo gli standard ergonomici italiani. Tuttavia, il problema si accentua con il lavello: la sua profondità ci obbliga a piegarci ulteriormente. Per questo, un’altezza del piano lavello tra 90 e 100 cm è considerata ideale per la maggior parte delle persone, poiché permette di raggiungere il fondo senza inarcare la schiena. Quei 5-10 cm mancanti nelle cucine standard sono la causa diretta di innumerevoli “micro-traumi cumulativi”.

La soluzione ideale è personalizzare l’altezza in base alla propria statura. Per persone sotto i 160 cm, un piano tra 80 e 85 cm può essere sufficiente, mentre per chi supera i 180 cm è necessario un piano tra 91 e 100 cm per non doversi piegare. Se non è possibile modificare la cucina, esistono soluzioni alternative efficaci: l’uso di pedane ergonomiche antifatica può sollevare l’utente di quei centimetri cruciali, riallineando la postura. Un’altra opzione, in fase di progettazione o ristrutturazione, è intervenire sull’altezza dello zoccolo della cucina per raggiungere la quota ideale senza stravolgere la struttura.

Sgabello oscillante o poltrona da ufficio: quale seduta rinforza il core mentre lavori?

La scelta della seduta per la postazione di lavoro è un bivio fondamentale tra due filosofie posturali: il supporto passivo e l’attivazione dinamica. La classica poltrona da ufficio ergonomica è progettata secondo il principio del supporto passivo. Il suo scopo è sostenere la colonna vertebrale, in particolare la zona lombare, per ridurre il carico sui dischi e sui muscoli, permettendo di mantenere una posizione corretta per molte ore. È una soluzione che mira a minimizzare lo stress, conformandosi alle normative di sicurezza come la UNI EN 1335-1:2000.

Dall’altra parte, le “sedute attive” come gli sgabelli oscillanti o le fitball operano su un principio opposto: l’attivazione dinamica. La loro base instabile o la loro forma sferica costringono il corpo a continui micro-aggiustamenti per mantenere l’equilibrio. Questo processo stimola costantemente i muscoli del “core” (addominali e lombari), trasformando le ore di lavoro seduto in un leggero ma costante esercizio di stabilizzazione posturale. Il corpo non è supportato passivamente, ma è attivamente impegnato a sostenersi da solo. Questa filosofia promuove il movimento e migliora il feedback propriocettivo, ovvero la percezione che il corpo ha di sé nello spazio.

Primo piano di uno sgabello ergonomico oscillante con base basculante in un ufficio italiano

La domanda, quindi, non è quale sia la seduta “migliore” in assoluto, ma quale sia la più adatta all’individuo e al contesto lavorativo. Come sottolinea un esperto fisioterapista:

La consiglio a chi è attivo di natura, a chi ha voglia di muoversi quando sta seduto e a chi non deve stare seduto per ore nella stessa posizione. Non la trovo indicata alle persone che lavorano in ufficio per molte ore, a chi ha già un problema lombare o a chi è sedentario.

– Fisioterapista esperto, Fisioterapia Fisiosan

La soluzione ottimale per molti non è una scelta esclusiva, ma un’integrazione. Alternare una sedia ergonomica tradizionale per le sessioni di lavoro più lunghe e concentrate con uno sgabello attivo per periodi più brevi può offrire il meglio di entrambi i mondi: il supporto necessario per prevenire l’affaticamento e l’attivazione muscolare per rinforzare la struttura posturale nel tempo. Di seguito un confronto per chiarire le differenze.

Confronto tra seduta attiva e sedia ergonomica tradizionale
Caratteristica Seduta Attiva (Sgabello/Fitball) Sedia Ergonomica
Attivazione muscolare Core costantemente attivo Supporto passivo lombare
Tempo di utilizzo consigliato Non per tutte le 8 ore, da alternare Adatta per uso prolungato
Conformità normativa Non conforme UNI EN 1335-1:2000 Conforme agli standard
Benefici principali Benefici del movimento e attivazione posturale Supporto ergonomico completo

Legno, sughero o ceramica: quale pavimento affatica meno le articolazioni se ci stai in piedi a lungo?

Spesso trascurato, il pavimento è la fondazione del nostro sistema ergonomico. Ogni passo, ogni ora passata in piedi in cucina o in uno studio, genera una forza di reazione che dal suolo risale lungo la nostra intera “catena cinetica”: caviglie, ginocchia, anche e, infine, colonna vertebrale. Materiali estremamente duri e rigidi come la ceramica, il gres porcellanato o il marmo, molto comuni nelle case italiane, non dissipano questa energia d’impatto. Al contrario, la riflettono quasi interamente sul corpo, causando micro-traumi cumulativi che nel lungo periodo si traducono in affaticamento articolare e mal di schiena.

La soluzione risiede nei cosiddetti pavimenti resilienti, materiali che possiedono una naturale capacità di comprimersi e tornare alla loro forma originale, ammortizzando l’impatto. Il sughero è l’esempio per eccellenza di questo principio. Grazie alla sua struttura cellulare a nido d’ape, composta da milioni di piccole sacche d’aria, il sughero agisce come un ammortizzatore naturale. Il pavimento in sughero è in grado di assorbire molto bene gli urti, con un effetto benefico diretto sulla colonna vertebrale e sulle articolazioni. Camminare o stare in piedi sul sughero riduce significativamente il carico posturale rispetto a una piastrella fredda e inflessibile.

Studio di caso: Il sughero della Sardegna, un’eccellenza ergonomica italiana

Un’analisi delle proprietà del sughero, di cui l’Italia e in particolare la Sardegna sono produttori d’eccellenza, rivela benefici che vanno oltre la semplice ammortizzazione. La sua capacità di isolamento termico lo rende piacevolmente caldo al tatto, a differenza della sensazione fredda delle piastrelle che può indurre una leggera tensione muscolare. Le micro-sacche d’aria non solo assorbono gli urti ma forniscono anche un eccellente isolamento acustico. Secondo Bricoflor, la sua struttura unica non solo ammortizza i passi ma accumula calore, rappresentando un’alternativa ergonomica e confortevole ai pavimenti duri tradizionali, specialmente in ambienti come la cucina o lo studio dove si passano molte ore in piedi.

Anche il legno e il linoleum offrono un grado di resilienza superiore alla ceramica, rappresentando valide alternative. Per chi non può o non vuole sostituire un pavimento esistente, una soluzione pratica ed efficace è l’utilizzo di tappeti ergonomici antifatica posizionati nelle aree di lavoro statico, come davanti al lavello, ai fornelli o alla scrivania in modalità “standing desk”. Questi tappeti, realizzati in schiume ad alta densità o gel, simulano l’effetto ammortizzante di un pavimento resiliente, riducendo drasticamente lo stress su schiena e gambe.

L’errore dell’altezza dello schermo che causa la cervicalgia cronica agli impiegati

La cervicalgia, quel dolore persistente al collo che si irradia a spalle e testa, è una delle patologie più diffuse tra chi lavora al computer. La causa principale non è lo “stress” generico, ma un errore di posizionamento tanto comune quanto dannoso: uno schermo troppo basso. La nostra testa pesa circa 5 kg. Per ogni centimetro che il capo si sposta in avanti rispetto all’asse delle spalle, il carico percepito dalla colonna cervicale aumenta in modo esponenziale. Uno schermo posizionato troppo in basso costringe a una flessione costante del collo, portando il carico a superare i 15-20 kg. Questo “carico posturale statico” prolungato provoca una contrazione perenne dei muscoli del trapezio e del collo, infiamma le vertebre e può portare a compressione nervosa e cefalee muscolo-tensive.

La regola d’oro, sancita anche dal D.Lgs. 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro, è semplice: la parte superiore dello schermo deve trovarsi all’altezza degli occhi o leggermente al di sotto. Questo permette di mantenere il capo in una posizione neutra, allineato con la colonna vertebrale, minimizzando lo sforzo muscolare. Un altro parametro fondamentale è la distanza: lo schermo dovrebbe trovarsi a una distanza compresa tra i 50 e i 70 centimetri dagli occhi, equivalente circa alla lunghezza del proprio braccio teso. Questo evita di doversi sporgere in avanti per leggere, mantenendo l’allineamento della schiena.

Dettaglio macro della corretta altezza dello schermo rispetto agli occhi in una postazione di lavoro

L’uso massiccio di computer portatili ha esasperato questo problema, poiché schermo e tastiera sono uniti. Lavorare per ore direttamente sul laptop è una delle peggiori abitudini posturali. La soluzione è trattare il laptop come una semplice unità centrale: collegarlo a un monitor esterno regolabile in altezza e utilizzare una tastiera e un mouse separati. Se si usa solo il portatile, è indispensabile utilizzare un supporto che lo sollevi fino a portare lo schermo all’altezza corretta degli occhi.

Checklist per una postazione di lavoro a norma di postura

  1. Posizionamento dello Schermo: Assicurati che il bordo superiore del monitor sia all’altezza dei tuoi occhi o appena sotto. La distanza dagli occhi deve essere tra 50 e 70 cm.
  2. Supporto Lombare: Verifica che la parte inferiore della schiena sia ben supportata dallo schienale della sedia, mantenendo la naturale curva a “S” della colonna.
  3. Altezza della Sedia e Appoggio Piedi: Regola la sedia in modo che i piedi poggino completamente a terra, con ginocchia e caviglie che formano un angolo di circa 90 gradi.
  4. Periferiche Esterne: Se usi un laptop, collega sempre una tastiera e un mouse esterni per mantenere polsi e avambracci in posizione neutra e rilassata.
  5. Pause Attive: Rispetta la normativa che prevede una pausa di 15 minuti ogni 2 ore di lavoro al videoterminale. Usala per alzarti, muoverti e distogliere lo sguardo dallo schermo.

Come disporre gli strumenti sugli scaffali per evitare movimenti di torsione dannosi?

L’ergonomia non si limita alla postazione statica, ma si estende all’organizzazione dinamica di tutto lo spazio di lavoro, sia esso una cucina o un ufficio. Il modo in cui disponiamo oggetti e strumenti su piani e scaffali determina i nostri schemi di movimento quotidiani. Movimenti scorretti, come torsioni del busto combinate a flessione e sollevamento, sono tra i più pericolosi per i dischi intervertebrali e sono una causa comune di lombalgia acuta.

Il principio fondamentale è organizzare lo spazio in “zone di raggiungibilità”. La zona più importante è quella che si estende di fronte a noi, facilmente raggiungibile muovendo solo gli avambracci, senza dover allungare completamente le braccia o ruotare il tronco. In questa “zona primaria” vanno collocati gli oggetti di uso più frequente (il mouse e la tastiera in ufficio; coltello e tagliere in cucina). Gli oggetti di uso secondario vanno posti nella “zona secondaria”, raggiungibile estendendo il braccio ma senza torsione del busto. Gli oggetti usati raramente devono essere riposti in zone che richiedono di alzarsi e spostarsi completamente, trasformando il recupero in un movimento consapevole e non in una torsione dannosa.

In cucina, l’ergonomia si traduce nel famoso “triangolo di lavoro” (frigorifero, lavello, piano cottura), che dovrebbe avere un perimetro contenuto per minimizzare gli spostamenti. Ma è altrettanto cruciale la disposizione verticale. L’altezza ideale per il piano di lavoro, secondo i principi dell’ergonomia italiana, si attesta tra 88 e 92 cm, permettendo di operare senza curvare la schiena. Gli oggetti più pesanti (pentole, pacchi di farina) non dovrebbero mai essere riposti nei pensili più alti o nelle basi più basse, ma in ripiani compresi tra l’altezza delle anche e quella delle spalle, per essere sollevati usando la forza delle gambe e non della schiena.

Studio di caso: L’ottimizzazione dello spazio nella cucina italiana

Un’analisi sull’ergonomia delle cucine moderne italiane evidenzia come piccole modifiche progettuali possano avere un grande impatto. Ad esempio, aumentare la profondità del piano di lavoro standard da 60 a 65 cm non solo aumenta la superficie utile, ma permette di distanziare maggiormente il piano cottura dalla parete, rendendo più agevole l’uso dei fuochi posteriori. Come sottolineato da Dinalemario, questa maggiore profondità consente anche di abbassare i pensili, portandoli in una posizione più ergonomica e accessibile, e di creare uno spazio tecnico di 5 cm dietro le basi per il passaggio degli impianti, ottimizzando l’intero sistema.

L’errore posturale alla scrivania che vi costerà mesi di fisioterapia alla schiena

Esiste un errore posturale subdolo e diffusissimo che, da solo, è responsabile di una quota enorme di lombalgie e cervicalgie da ufficio. Non si tratta di stare un po’ curvi, ma di un collasso specifico della postura: lo scivolamento in avanti del bacino sulla sedia. Quando questo accade, la naturale curva lombare (lordosi) si inverte, trasformandosi in una cifosi. La schiena assume una forma a “C” invece che a “S”, scaricando una pressione immensa e anomala sui dischi lombari L4-L5 e L5-S1, i più vulnerabili. Contemporaneamente, per continuare a guardare lo schermo, la testa è costretta a iper-estendersi all’indietro, schiacciando le vertebre cervicali. Questa posizione è una vera e propria “tempesta perfetta” per la colonna vertebrale.

Il costo di questa abitudine è altissimo, non solo in termini di dolore, ma anche economici e sociali. Le statistiche sono allarmanti: in Europa, la percentuale di chi si assenta dal lavoro per lombalgia o cervicalgia è del 25%. Questo significa che un lavoratore su quattro subisce un’interruzione della propria attività a causa di dolori direttamente collegabili a posture scorrette. Come conferma il Dott. Vittorio Da Pieve di Humanitas, la lombalgia “interessa il 50% degli adulti in età lavorativa; di cui il 15-20% ricorre a cure mediche”, rappresentando un enorme onere per il sistema sanitario e per la produttività individuale.

La causa principale di questo scivolamento è spesso una sedia inadeguata o mal regolata, che non fornisce un adeguato supporto lombare e permette al bacino di ruotare all’indietro. Anche un’altezza della sedia eccessiva, che non consente ai piedi di poggiare saldamente a terra, favorisce questa dinamica, poiché il corpo cerca un nuovo punto di stabilità scivolando in avanti. Per contrastare questo errore, è fondamentale scegliere una sedia con un supporto lombare pronunciato e regolabile che “riempia” la curva della schiena, impedendo al bacino di scivolare. I piedi devono essere sempre ben poggiati a terra o su un poggiapiedi, con le ginocchia a un angolo di circa 90 gradi. Fare pause attive ogni 30 minuti, anche solo per alzarsi e fare due passi, aiuta a “resettare” la postura e a prevenire il collasso progressivo.

Ignorare questo errore significa condannarsi a mesi di fisioterapia, farmaci e potenziali danni a lungo termine. La prevenzione, attraverso la consapevolezza e una corretta configurazione della postazione, è infinitamente meno costosa del trattamento.

Quali sono i 3 sintomi fisici che indicano che stai chiedendo troppo al tuo corpo?

Il nostro corpo è un comunicatore eccezionale, ma spesso ignoriamo i suoi segnali di allarme finché non diventano urla di dolore. I disturbi da sovraccarico posturale non insorgono all’improvviso; sono il risultato di micro-traumi cumulativi che si manifestano attraverso sintomi precisi. Imparare a riconoscere questi campanelli d’allarme è fondamentale per intervenire prima che il danno diventi cronico. Possiamo raggrupparli in tre categorie principali di sintomi fisici.

Il primo e più evidente segnale è il dolore muscolo-scheletrico localizzato. Questo non è un dolore generico, ma si manifesta in punti precisi legati a specifiche posture scorrette. Il classico dolore tra le scapole, ad esempio, è spesso indice di un uso prolungato del mouse senza un adeguato supporto per l’avambraccio, che costringe i muscoli romboidi a un lavoro costante. Il dolore sordo nella zona lombare indica un sovraccarico dei dischi dovuto a una seduta senza supporto, mentre la rigidità alle spalle e al collo è quasi sempre collegata a un monitor posizionato in modo errato. I sintomi possono includere indolenzimento, bruciore, tensione e rigidità muscolare.

Il secondo sintomo chiave è la cefalea muscolo-tensiva. A differenza di altre forme di mal di testa, questa parte tipicamente dalla base del collo, si irradia lungo i muscoli del trapezio fino alle tempie e alla fronte, dando una sensazione di “cerchio alla testa”. È la conseguenza diretta della contrazione perenne dei muscoli cervicali e sub-occipitali, costretti a sostenere il peso della testa in una posizione innaturale per ore. Questo tipo di mal di testa che compare regolarmente nel tardo pomeriggio è un segnale inequivocabile che la postazione di lavoro sta sovraccaricando la zona cervicale.

La mappa del dolore posturale

L’analisi posturale rivela una correlazione diretta tra la localizzazione del dolore e l’errore ergonomico. Come evidenziato da studi di riabilitazione, una postazione che costringe a torsioni continue (ad es. computer da un lato e cliente dall’altro) genera forze logoranti. Il dolore tra le scapole è spesso legato all’uso del mouse senza supporto del braccio, mentre la rigidità del collo deriva quasi sempre da un monitor troppo basso o troppo lontano. Un dolore che si irradia lungo il braccio può indicare una compressione nervosa a livello cervicale o del polso. Mappare i propri dolori è il primo passo per diagnosticare i difetti del proprio ambiente.

Il terzo gruppo di sintomi riguarda i disturbi neurovascolari, come formicolio, intorpidimento o una sensazione di “spilli” a mani e dita. Questi sintomi, noti come parestesie, indicano una potenziale compressione di un nervo. La causa più comune è una postura scorretta del polso sulla tastiera o sul mouse, che può portare alla sindrome del tunnel carpale, oppure una flessione prolungata del collo che irrita le radici nervose cervicali che si dirigono verso il braccio. Ignorare questi segnali può portare a danni nervosi permanenti.

Da ricordare

  • L’altezza di piani di lavoro e lavelli deve essere personalizzata in base alla statura per evitare la flessione dannosa della schiena.
  • La scelta della seduta dipende dall’obiettivo: supporto passivo (sedia ergonomica) per lunghe ore, attivazione muscolare (sgabello attivo) per periodi brevi e alternati.
  • Pavimenti resilienti come il sughero o tappeti antifatica sono cruciali per ridurre lo stress su articolazioni e colonna vertebrale quando si lavora in piedi.

Perché comprare lampadine guardando i Watt è inutile e come scegliere la giusta luminosità?

Nell’era dell’illuminazione a LED, basare la scelta di una lampadina sui Watt è un’abitudine obsoleta e fuorviante. I Watt misurano il consumo energetico, non la quantità di luce emessa. L’unità di misura che ci interessa dal punto di vista ergonomico è il Lumen (lm), che quantifica il flusso luminoso, ovvero la reale “potenza” illuminante di una lampadina. Una luce insufficiente costringe il corpo a sporgersi verso lo schermo o il piano di lavoro, alterando la postura del collo e della schiena e causando affaticamento visivo. Una luce eccessiva o mal posizionata, invece, crea riflessi e abbagliamento, che portano a strizzare gli occhi e ad assumere posture di compensazione altrettanto dannose.

Oltre alla quantità, è fondamentale la qualità della luce, definita dalla sua temperatura di colore, misurata in Kelvin (K). Una luce “calda” (sotto i 3300 K) ha tonalità giallo-arancioni ed è ideale per creare un’atmosfera rilassante, ma può indurre sonnolenza se usata in un’area di lavoro. Una luce “neutra” (tra 3300 K e 5300 K) è quella che più si avvicina alla luce solare diurna ed è la scelta migliore per le postazioni di lavoro, poiché favorisce la concentrazione e una resa dei colori fedele. Una luce “fredda” (sopra i 5300 K), con le sue dominanti blu, è molto stimolante ma può risultare aggressiva e alterare il ciclo sonno-veglia se usata nelle ore serali.

La gestione dell’illuminazione deve integrare luce artificiale e naturale. Le case italiane, spesso benedette da un’abbondante luce solare, richiedono una strategia per controllarla. Come suggeriscono gli esperti di ergonomia, la scrivania dovrebbe essere sempre posizionata lateralmente a una finestra, mai di fronte (per evitare l’abbagliamento diretto) né di spalle (per evitare riflessi sullo schermo). L’uso di tende o veneziane regolabili è cruciale per modulare l’intensità della luce naturale durante l’arco della giornata, mantenendo un comfort visivo costante. L’illuminazione artificiale dovrebbe poi compensare le carenze, con una luce ambientale diffusa e una lampada da tavolo orientabile per illuminare specificamente l’area di lavoro senza creare ombre fastidiose.

Scegliere la giusta illuminazione significa quindi ragionare in termini di Lumen per la quantità, Kelvin per la qualità e una disposizione strategica per evitare abbagliamenti e riflessi. È un investimento diretto nel comfort visivo e nella prevenzione delle posture scorrette.

Domande frequenti su ergonomia e postura

Scritto da Stefano Rinaldi, Coach di Benessere Aziendale, Posturologo ed esperto di Ergonomia. Aiuta professionisti e aziende a migliorare la produttività e la salute fisica attraverso l'ottimizzazione dell'ambiente di lavoro e delle routine mentali.